di Sonia Capeci, Presidente Auser territoriale della Provincia di Fermo
Conclusa la prima iniziativa sui processi partecipativi, promossa l’8 ottobre 2026 dal Movimento cittadino “Porto San Giorgio Città Aperta”, con il sostegno del Circolo Auser Libertà Maggetti, le parole di Enrico Piron, Presidente nazionale Auser, offrono una riflessione utile sul valore del volontariato e sul ruolo della rete associativa nella promozione dell’invecchiamento attivo e della partecipazione.
Nell’intervista pubblicata il 9 ottobre da Vdossier, «Volontariato è riappropriarsi della democrazia. Riconosciamo ai giovani le responsabilità», Piron richiama le associazioni come luoghi in cui imparare a discutere, decidere, confrontarsi anche nel dissenso e cercare mediazioni tra persone diverse.
È una riflessione vicina al significato dell’incontro dell’8 ottobre, realizzato con il contributo dell’esperto Pier Paolo Fanesi, che ringrazio ancora, e con il sostegno di Auser Provincia di Fermo. Se vogliamo individuare un metodo partecipativo per il nostro territorio, dobbiamo domandarci non soltanto come coinvolgere i cittadini, ma anche quali occasioni offrire loro per imparare a partecipare.

La cultura come radice della partecipazione
Per Auser, l’invecchiamento attivo non significa soltanto mantenersi fisicamente e socialmente attivi, ma anche apprendimento continuo, acquisire conoscenze, sviluppare competenze e contribuire alla vita della comunità. È una prospettiva che riguarda tutte le età: non si smette di imparare e di offrire qualcosa agli altri con il passare degli anni.
Su questi principi si fonda il lavoro dei Circoli Auser e delle realtà della rete associativa: fare cultura, creare relazioni, promuovere occasioni di incontro e stimolare la partecipazione cittadina. Non soltanto organizzare attività, dunque, ma contribuire a costruire una comunità nella quale le persone possano riconoscersi, confrontarsi e agire insieme
Anche a Porto San Giorgio, le iniziative culturali e sociali dell’Auser promuovono l’apprendimento permanente, il dialogo tra generazioni, la dignità delle persone e la solidarietà.


Ascoltare ciò che la città ha da raccontare
Un percorso partecipativo dovrebbe partire anche dal riconoscimento delle esperienze culturali e associative già presenti sul territorio.
Penso al CSA Officina Trenino, che sviluppa riflessioni e proposte sul diritto all’abitare, gli spazi pubblici, il turismo e i beni comuni (https://officinatrenino211.wordpress.com/); alle attività culturali della Società Operaia e del Circolo Feronia, e al contributo di tante altre realtà cittadine che spesso si fatica a conoscere e valorizzare.
Sono esperienze con identità e sensibilità proprie, capaci di offrire punti di vista da conoscere e mettere in dialogo. Un percorso partecipativo può avvicinare cittadini di tutte le età a queste riflessioni, discuterne le proposte e confrontarle con le esigenze concrete della popolazione.
Prima di chiedere a tutti di esprimere un’opinione, possiamo offrire a tutti l’opportunità di conoscere, comprendere e approfondire.
Per partecipare consapevolmente, occorre anche poter accedere con chiarezza alle informazioni pubbliche: dati, atti, progetti, vincoli e criteri che orientano le decisioni degli enti. Informazioni verificabili permettono di superare impressioni e slogan, valutare i problemi e confrontare possibili soluzioni.


Dalla reazione individuale alla costruzione collettiva
In ogni confronto pubblico, in genere, emergono segnalazioni, critiche e proposte. Quando, però, il dibattito si concentra su temi che suscitano reazioni immediate e contrapposizioni, si rischia di ridurre la partecipazione a una somma di opinioni individuali, senza costruire un percorso condiviso di approfondimento e ricerca di soluzioni.
Parlare molto non significa necessariamente confrontarsi; raccogliere tanti interventi non significa aver costruito una decisione condivisa.
Non vorrei che, nel tentativo di rilanciare la partecipazione, finissimo per riprodurre un centro opinionistico: una somma di voci individuali, talvolta più orientate a conquistare visibilità che a costruire un percorso collettivo. È il rischio di trasformare la politica in una competizione permanente tra opinioni. La partecipazione, invece, dovrebbe aiutarci a uscire dall’individualismo, non a offrirgli un’altra tribuna.
Qui riconosco il valore del metodo associativo e del volontariato: imparare a cooperare, assumersi responsabilità, mediare le differenze e valorizzare le competenze degli altri. Non significa che le associazioni abbiano sempre ragione o debbano sostituirsi alle istituzioni, ma riconoscere che nella società esistono conoscenze ed energie che la politica può incontrare e valorizzare.
Come ricorda il Presidente Auser Nazionale Piron, la vita associativa può essere una palestra di democrazia. Questo apprendimento richiede tempo, metodo e occasioni concrete, ma anche la possibilità di assumersi responsabilità effettive. Vale in particolare per i giovani: non basta parlare di loro, occorre ascoltarli e consentire loro di contribuire alle decisioni, sperimentare e imparare.
Il dialogo intergenerazionale può così mettere in relazione l’esperienza delle persone anziane, le competenze dei giovani e i saperi maturati nelle associazioni, trasformandoli in risorse reciproche e nuove opportunità di partecipazione.



Una partecipazione che migliori la vivibilità
Un metodo partecipativo può tradursi in incontri che non si limitino a raccogliere richieste, ma aiutino a conoscere i problemi, confrontare esperienze e costruire proposte. Dal diritto all’abitare alla qualità degli spazi pubblici, dal verde ai servizi, dalla cultura alle opportunità per i giovani e al contrasto della solitudine delle persone anziane, cittadini, associazioni ed esperti possono condividere conoscenze e individuare priorità realistiche.
È altrettanto importante riuscire a restituire pubblicamente ciò che è emerso in questi incontri, chiarire quali proposte possono essere approfondite e indicare come proseguire. Partecipare significa anche poter verificare che il proprio contributo sia stato ascoltato e quale seguito abbia avuto.
Al termine dell’incontro dell’8 ottobre, Pier Paolo Fanesi ci ha lasciato una domanda, accompagnata da un esercizio da portare con noi: «Come vedi questa città tra dieci anni?»
È un invito a spostare lo sguardo dalle criticità del presente alla città che desideriamo costruire. Come vorremmo che fosse Porto San Giorgio tra dieci anni? Quali spazi, servizi, opportunità e relazioni potrebbero renderla più vivibile? E che cosa possiamo fare insieme perché questa visione non rimanga soltanto un desiderio?
L’incontro può essere un primo passo: aprire uno spazio di confronto nel quale non ci si limiti a giudicare ciò che non funziona, ma si provi a condividere una visione della città e a individuare percorsi concreti per realizzarla (psgcittaaperta@gmail.com).
Il contributo di Auser si colloca proprio in questa prospettiva: fare cultura, promuovere l’invecchiamento attivo e creare occasioni in cui persone di generazioni diverse possano incontrarsi, apprendere e riconoscersi parte di una comunità.
La partecipazione non è soltanto dare voce ai cittadini. È creare le condizioni perché possano ascoltarsi, imparare gli uni dagli altri e contribuire, a tutte le età, a immaginare e costruire la città in cui desiderano vivere.

