Gino Del Zozzo. Quando l’artista fa tutt’uno con la Natura. di Francesco Maria Moriconi

“Madonna della Misericordia” (sulla facciata della chiesa delle Anime Sante a Porto San Giorgio)
C’è un artista fermano, che ha avuto un rapporto non estemporaneo anche con Porto San Giorgio dove aveva una casa lungo la strada nazionale: Gino Del Zozzo. Sul muro di questa qualche anno fa suoi amici hanno fatto apporre una lapide commemorativa che ai più sfugge. Eppure in questa cittadina non se ne parla abbastanza, anzi, nonostante significative mostre delle sue opere scultoree anche fuori dalla Marche, non si è riusciti a far intervenire il Comune per un restauro di quelle qui presenti, sia pure si tratti di manufatti minori. La stessa amicizia col critico Luigi Dania, risalente a tempi non sospetti, non è stata sinora considerata come sicura prova di rilevanza artistica. Peccato, perché fra gli altri interventi di una sua valorizzazione Dania ne ha curato, per la parte artistica, insieme al fotografo Diego Marzoni, per la parte audiovisiva, un’importante mostra a Forlì dove Del Zozzo aveva lavorato in gioventù. Nato a Fermo nel 1909 morirà proprio nella città romagnola nel 1989.
La sua biografia è interessante. Adolescente è appassionato dell’intaglio del legno e viene indirizzato alla Scuola di Disegno della città, tanto da esporre nel 1925 presso la vetrina del negozio di Maffei. Dal 1926 al 1928 frequenta la Scuola d’Arte e Mestieri di Montalto Marche, dove apprende i primi elementi della scultura lignea, arte con la quale nel 1926 si aggiudica un premio all’Esposizione Campionaria di Roma. Dal ‘29 al’36 a Bologna studia nei corsi serali della “R. Scuola per le Industrie Artistiche”, conseguendo il diploma nel 1934 e due anni dopo quello del Corso Superiore di Scultura del R. Istituto d’Arte di Modena. Nel 1931 aveva realizzato due leoni in cemento per il campo sportivo di Porto San Giorgio (su disegno di Gramolini).

Dal 1933 al 1939 è istruttore pratico alla Scuola di Avviamento Professionale dell’Istituto Tecnico “G. Montani” di Fermo, passando successivamente ad insegnare Disegno negli Istituti medi. È del 1933 una importante opera per il Duomo di Fermo, un trono ligneo, nonché del 1935 due angeli genuflessi in cemento per la facciata dell’Oratorio Maria SS. del Pianto della città. Dal 1937 al 1941 prende parte a varie mostre artistiche e ottiene riconoscimenti, come alla “Sindacale” di Ancona dove è segnalato un suo ritratto di fanciulla in marmo bianco. Negli anni della guerra ottiene l’incarico alla Scuola gvernativa di Avviamento professionale di Porto San Giorgio, ed inizia, una figura della Vergine per la Chiesa di San Francesco di Fermo. Riprende anche ad insegnare nella Scuola media di Fermo e nella neonata Scuola d’Arte dell’Istituto Tecnico Industriale, dove rimarrà fino al 1949. L’immediato dopoguerra lo vede protagonista nell’organizzazione culturale marchigiana. In questo periodo conosce il critico d’arte Luigi Dania, che sarà suo estimatore e promotore, si lega d’amicizia con importanti artisti come Cantatore, Licini e Ciangottini, ma anche di giovani letterati come Alvaro Valentini. Partecipa a rassegne d’arte di livello nazionale, alla “Mostra d’Arte Marchigiana” di Ascoli Piceno. Negli anni ‘50 entra nel gruppo marchigiano “i 5”, composto da Dania, Peschi, Tomassetti, Tulli. Con loro allestisce esposizioni ad Ascoli Piceno, San Benedetto del Tronto e Macerata, dove espone disegni, sculture lignee ed in pietra. Nel 1952 vince la cattedra di Disegno in una scuola media di Forlì dove si trasferisce con la famiglia, gli attrezzi ed i materiali di lavoro. Nel ventennio successivo partecipa a mostre ad Ancona, Bologna, Roma e Milano. Del 1955 è la statua di San Giovanni Battista per l’Oratorio dei Cavalieri di Fermo. Dopo una malattia grave attorno al 1974, riprende il disegno e la scultura in sasso e in bronzo, allestisce personali e partecipa a collettive. Sempre negli anni ‘70 porta a termine una “Madonna della Misericordia” collocata sopra al portale della chiesa delle Anime sante a Porto San Giorgio (nella foto in apertura di questo articolo), opera molto probabilemnte commissionatagli da don Luigi Campanelli. L’opera, quasi mai menzionata nelle guide della città, risulta omogenea con lo stile tardo secentesco della facciata tanto che, lo ricordo personalmente molto bene, il Segretario Benito Moriconi la difese contro eventuali contestazioni di puristi del restauro conservativo e da critici dalla puzzetta al naso.
Nel 1982 Gino ha una riacutizzazione della malattia e nuovamente deve affrontare lunghe degenze ospedaliere, ma continua a scrivere poesie, ricordi, riflessioni artistiche. Ma la fine è vicina. Nel 1983 nel suo diario scrive con toni un po’ altisonanti ma poeticamente ed umanamente intensi queste parole: «La mia stagione artistica volge al tramonto. Le fonti sorgive scaturiscono ancora copiose. Ma la forza realizzatrice si fiacca sotto il peso del martello e la spinta della raspa. La natura mi è stata prodiga. Niente di più grato di quanto mi è dato nella realizzazione». Negli anni’80 la produzione dell’artista si riduce considerevolmente: ultima opera, come da lui stesso annotato, Le trote del 1988. L’anno successivo la morte, a Forlì. Diverse mostre negli anni successivi hanno accostato il pubblico alla sua ricca produzione e ne hanno fatto conoscere la vita caratterizzata da notevole impegno, professionalità, sacrifici. Le molteplici influenze artistiche, i notevoli incontri con artisti dell’epoca fanno di Gino Del Zozzo un artista venuto dalle umili origini, ma per nulla provinciale ed anche un intellettuale, come testimoniano alcuni suoi versi legati alla scultura. Eccone alcuni di delicata sensibilità letteraria:
Scalpello scalpello scalpello
da quarant’anni chiedo
una vita al fantasma
che affiora.
Punta e raspa.
Sollevo massi: sudore
massi e sudore.
Al di là
dei meccanismi.
Mi circondo di corpi:
mi rappresentano dentro.