di Patrizio Beleggia
In questi giorni ci sono commemorazioni di ben piu’ alto rango e spessore della mia cionondimeno ho sentito il dovere morale e civico di scrivere qualcosa per ricordare a mezzo secolo dal suo assassinio, una delle menti piu’ vivide e “scomode” del secolo scorso del cui lascito v’e’ ancor palese sentore nella cultura , nella societa’ attuali ed in una maniera che mezzo secolo fa sarebbe stato impossibile immaginare.
Voce profetica e genio “leonardesco”: poeta, scrittore, regista, sceneggiatore, attore, pittore e drammaturgo.
Fu una perdita immensa!
Mi piace riportare le struggenti ed incisive parole di Moravia al suo funerale ” …e’ stato ucciso un poeta e di poeti non ce ne sono tanti nel mondo, ne nascono 3 o 4 in un secolo… il poeta dovrebbe essere sacro..”

SULLE CENERI DI PASOLINI
Infine son qui davanti al tuo sacello, santo laico, al passo scandito
d’amore immoto.
Sì, fummo tutti colpevoli, ancora in pianto ma dove eravamo?
Cosa facemmo? Dove la nostra collera?
Nulla strozzato. Ombre esangui, disadorne invettive, comodi pianti
da finti poeti.
Nella notte remota dormimmo, il pensiero su altri volti, nascosto
quasi sconosciuto il tuo ma tu eri divelto, Cristo deposto, di madre
pieta’ silente.
Aspettavi l’alba, corpo nero, grumo scomposto e confuso, veloci volarono
i coscienti assassini, steli nel calcolato ingranaggio, rancore nutrito
nella giustizia dannata di un dio contrario.
S’appagava al fine il Sistema.
L’amore, la vita stroncati da colpi studiati, la tua solitaria e disperata
guerra, l’azione inesorabile d’artista popolare, nuovi legami, rimpianto
dell’uomo antico, febbrile ricerca annegata.
C’era metodo nella violenza delegata e subito fu un niente assordante,
chi si alzò a difenderti, poeta senza pace?
Da allora la tua assenza è un baleno costante, ci coglie con il respiro
mozzato, flebili gambe al margine del gorgo e così è riportarti
alla luce, anche solo per un giorno.
Le stille smaglianti di sangue per le nostre spietate ricerche.
Siamo ancora esitanti nei tuoi bivi angosciati e delusi fra livide palingenesi.
Ci voltiamo ovunque e sappiamo le sferzate di questa unica esistenza.
Una società vergine, istintiva, gioia e fame di vivere, rifiuto di mefitici sviluppi.
Combatteremo, pur senz’armi, perché ad essa tendiamo, serreremo le
orecchie al cinico schema filisteo, ortodossia seducente.
Genti eretiche e libere nella sfumata ed ardua parte del mondo.
Livido Il dolore di una societa’ stuprata.
Le forze chiare e primitive che tu hai amato e cantato sono ancora lì
intatte ma di nuovo incoscienti.
Essere contro fra bocche che ti han sempre sbranato.
Disarmanti dubbi, domande evocate e mute.
Fragile Prometeo, spargevi doni, suscitavi ire, come ferite sparse
e non fu stupore, non fu giustizia ma di pochi l’immutabile sdegno.
Disperata e sterile la societa’ che i suoi poeti uccide
PATRIZIO BELEGGIA