di Antonella Pascali –
Cosa significa l’espressione ‘lifelong learning’?
Un po’ di storia
Anche se già nel 1970, con il Rapporto Faure dell’UNESCO, il concetto di istruzione
comincia a modificarsi, è nel 1996, con il Libro Bianco di Edith Bresson, che non si
parla più di educazione ma di apprendimento e viene coniato il termine ‘lifelong
learning’.
L’anno successivo, la Conferenza d’Amburgo rappresenta un altro pilastro verso una
nuova concezione di educazione, non più soltanto formale ma anche non formale e
informale, e di una formazione che diffonda i valori della democrazia e della
cittadinanza attiva, e migliori la crescita e lo sviluppo dell’individuo.
Infine, nel 2000/2002, alla Conferenza di Lisbona, si parlerà dell’importanza
dell’istruzione e della formazione per promuovere la coesione sociale, l’occupabilità
e l’inclusione sociale.

Cosa significano tutti questi termini?
Il concetto di lifelong learning si riferisce ad un modo non più tradizionale di
intendere l’istruzione della persona, che si basava unicamente su una modalità
istituzionale e scolastica. L’apprendimento formale prevedeva uno sviluppo
cronologico che partiva dalla scuola primaria, aveva programmi ben precisi, e
terminava con il diploma o la laurea. Ma soprattutto, l’istruzione tradizionale era
sufficiente per tutta la vita.
Il primo aspetto rivoluzionario del lifelong learning risiede proprio in questa diversa
e nuova concezione dell’istruzione e della formazione e non poteva essere altrimenti
vista la complessa epoca di cambiamenti che viviamo già da tempo. Occorreva
modificare o sostituire un apprendimento non più adeguato rispetto ai nuovi bisogni
sociali o lavorativi.
Il lifelong learning quindi fa riferimento a più modalità di apprendimento, senza
comunque ovviamente escludere quella formale ma contemplando anche quella
non formale, attraverso attività extracurricolari come laboratori di teatro, di musica,
su argomenti scientifici o linguistici, ecc.
A questa si affianca l’apprendimento informale, un apprendimento non pianificato,
che avviene in modo inconsapevole, con l’esperienza quotidiana, magari con
l’apporto della famiglia, degli amici, dei mass media, delle associazioni.
La formazione può avere quindi luogo in tutti gli ambiti e soprattutto, a qualsiasi età.
E’ questo l’altro aspetto rivoluzionario della nuova concezione dell’apprendimento;
non più un apprendimento limitato a chi è ancora giovane e, si pensa erroneamente,
sia l’unico ad avere le capacità intellettive per imparare, ma un apprendimento
possibile anche in età adulta, anche dopo la pensione, anzi soprattutto dopo la
pensione, proprio quando si ha più tempo rispetto a quando si lavorava.
L’istruzione non può essere più appannaggio solo dei giovani ed una conferma ci
viene data dai dati che indicano che oggi sempre più adulti si iscrivono all’università.
Infine, ma non ultima, l’esigenza di ‘Imparare ad imparare’, una delle Competenze
Chiave indicate dall’Unione Europea.
Si ribalta ancora una volta il concetto tradizionale di apprendimento in cui chi
apprende è strumento passivo, un contenitore da riempire, e viene sostituito
dall’idea che l’individuo può e deve gestire la propria conoscenza in maniera
cosciente e critica, è responsabile in toto di ciò che apprende, sceglie di apprendere,
ha i propri tempi e modi seguendo un percorso del tutto personale.
Nella nostra società, definita ‘learning society’, continuare ad apprendere anche
in età avanzata è un’esigenza per poter rimanere aggiornati, per poter comprendere
e quindi usufruire ad esempio delle innovazioni tecnologiche, che hanno tanta parte
nella vita di ognuno, ed in ultima analisi vivere appieno in questa società globalizzata
come cittadini attivi.